Fuori la verità sulle stragi partigiane.

 

La Boldrini annuncia orgogliosa di voler togliere il segreto sui dossier sugli eccidi nazifascisti.

Visto che deve essere imparziale, faccia luce anche sulle mattanze compiute in nome della Resistenza.

 

Libero, 25 aprile 2014 - FAUSTO CARIOTI

 

Se prima c'era il dubbio che la «missione trasparenza» sulle stragi potesse rivelarsi un' operazione a vantaggio di un'unica parte politica (indovinate quale), da ieri questo dubbio non c'è più. A trasformarlo in certezza ha provveduto la terza carica dello Stato, Laura Boldrìnì, che assieme al dirimpettaio Pietro Grasso è impegnata a diffondere agli italiani la propria versione del 25 aprile. Intervenendo a Radio Anch'io, la Boldrini ha annunciato che la Camera è in attesa delle autorizzazioni per rendere pubblici i documenti contenuti nel cosiddetto «Armadio della vergogna», rinvenuto nel 1994 in una sede della magistratura militare, in cui erano contenuti 695 fascicoli d'inchiesta sui crimini di guerra commessi dai nazifascisti in Italia durante l'occupazione tedesca «Su richiesta dell'Anpi», ha spiegato, «ho trasmesso lettere di interpello alle tante autorità competenti affinché i documenti arrivati alla Camera, ma trasmessi da altre autorità, possano essere desecretati».

Le notizie, quindi, sono tre. La prima è buona: la Boldrini vuole rendere pubblici documenti sugli eccidi nazifascisti. Non aspettiamoci chissà quali rivelazioni: su quelle vicende il lavoro degli storici è stato enorme e su quello stesso armadio s'è già esercitata dal 2003 al 2006 una Commissione parlamentare d'inchiesta, ovviamente senza trovarci alcuna verità indiscussa ed esaurendo il proprio compito con la classica divisione tra destra e sinistra sul ruolo dei servizi segreti nell'occultamento di quei documenti. Ma forse dalla diffusione di quelle, carte sapremo qualcosa di più sui morti di Sant'Angela di Stazzema, Marzabotto, Fosse Ardeatine, Cervarolo, Alto Reno.

Bene così, viva la massima trasparenza possibile su quei fatti. E il resto? Non manca qualcuno all’appello degli assassini? Il problema sta proprio qui. Le altre due notizie date dalla Boldrini, infatti, pessime. Il primo è un classico caso di cecità ideologica: l’unica verità che interessa alla presidente della Camera è quella sulle stragi nazifasciste. Del tutto assente la volontà di andare a fondo sulle altre mattanze avvenute in quegli anni, delle quali si sa tuttora poco, e quel poco lo si deve non certo a documenti pubblici o comunque raccolti da organi dello Stato, ma agli sforzi di Giampaolo Pansa e Giorgio Pisanò e un pugno di altri ricercatori: quelle compiute dai compagni partigiani. Un atteggiamento che si spiega bene con la terza notizia data dalla Boldrini: la presidente della Camera agisce su «richiesta dell'Anpi», l’Associazione nazionale partigiani, che nei confronti delle  «stragi rosse» commesse durante e dopo la guerra ha sempre avuto, con l'eccezione di pochissimi tra i suoi esponenti, un atteggiamento negazionista o giustificazionista. Lo stesso atteggiamento che è stato proprio del Partito comunista.

Al di là delle singole vendette politiche e personali, che laddove furono concentrate in zone specifiche d'Italia, come il famigerato «triangolo della morte» emiliano, hanno inevitabilmente attirato l'attenzione della magistratura e dell'intelligence, c'è un lungo elenco di vere e proprie stragi che meritano la stessa attenzione degli eccidi nazifascisti. Difficile credere che negli armadi degli apparati di sicurezza non ci siano testimonianze, documenti e altro materiale utili a fare luce su quello che avvenne nel «mattatoio» della colonia di Rovegno, sui «gulag» allestiti dai partigiani negli alberghi delle riviera ligure, sulle ronde assassine degli «squadroni della morte» in Emilia e Veneto, sul carnaio della Cartiera di Mignagola e gli altri teatri di torture ed esecuzioni allestiti, anche a guerra terminata, dai «vincitori».

Intanto perché le "piste” di quegli eccidi in molti casi terminavano a un passo da illustri esponenti del Pci o finivano per coinvolgerli direttamente (come avvenne al deputato comunista Francesco Moranino, condannato all' ergastolo nel 1956 per la strage dei cinque partigiani della missione Strassera, avvenuta dodici anni prima, e l'omicidio di due donne). Il che da un certo punto di vista era persino normale, essendo quasi tutta la classe dirigente della sinistra proveniente dai ranghi della Resistenza. E poi perché l'intelligence italiana fu disegnata nell'immediato dopoguerra - e anche questo era normale - dall'alleato americano su misura delle proprie esigenze, al primo posto delle quali c'era la mappatura del nemico russo e dei suoi referenti italiani (lo stesso Moranino, prima di poter beneficiare dell'amnistia del 1968, trovò rifugio in Cecoslovacchia).

Il fatto che buona parte degli eccidi compiuti dai partigiani fosse coperta dall'amnistia di Palmiro Togliatti (valida sino al giugno del '46) non dovrebbe togliere nulla all'esigenza di costruire una sorta di verità condivisa. Ma se quello che si vuole fare è davvero gettare un po' di luce su cosa accadde in Italia a cavallo della fine della guerra e non l'ennesima lettura politica della Resistenza ad alto tasso di retorica, l'unico modo è iniziare a scavare non con l'Anpi, o peggio ancora «su richiesta dell'Anpi», come va dicendo orgogliosa la Boldrini, ma nonostante l'Anpi e tutti quelli che hanno interesse a continuare con le verità di parte.

Dovremo attendere. Né Boldrini né Grasso, e nemmeno Matteo Renzi, hanno lo spessore politico e la volontà necessari per una simile operazione.